Ma era così difficile capire?

12 maggio 2012

Ogni tanto, durante i miei seminari butto lì la battuta: “Facebook serve per dire che il gatto ha fatto la pipì sul tappeto, il cane ha le coliche e la relazione è complicata: il fatto è che ben altro”.

Qualcuno benevolmente sorride per la prima parte, mentre è più curioso sulla seconda.

E aggiungo: “Non venite a dirmi che Barack Obama ha vinto le elezioni perché era sul Social Network più famoso al mondo, come dicono i telegiornalisti”.

Ieri sera Peter Gomez, a un Gianluigi Paragone che faceva outing per non aver capito il fenomeno Grillo, rispondeva “Non era così difficile capirlo”. Già, non era così difficile, ma dipende da come ti poni e dove ti poni come sguardo. Interessante le analisi sortite da “L’ultima parola”. Tra il preoccupato, ma non si dice, il masticamento amaro, ma non deve trasparire troppo.

A Ballarò martedì scorso, invece, Gianantonio Stella e Mario Calabresi hanno sottolineato un altro particolare mica da nulla: “I tanti giovani inseriti nelle liste dei 5 stelle”.

Mi chiedo, ma era davvero difficile intuire che, post dopo post, video in Rete dopo video in Rete ecc. non potesse succedere qualcosa?

Nel 2008 Time aveva inserito Grillo (che continuo ad amare di più per i suoi “Te la dò io – America e Brasile-) tra i blogger più influenti al mondo.

La strategia comunicativa è partita da molto lontano e per chi è rimasto come approccio al Novecento, risulta alternativa. Peccato che, come dimostrano le aziende, è la predominante e quella attualmente più utilizzata. Senza dimenticare che il 1989 è stato l’anno che ha sancito la fine delle ideologie e dei blocchi.

La Rete ha messo in crisi tutto ciò che era tradizionale: l’informazione, le Pubbliche Relazioni, la reputazione delle aziende: non doveva mettere nei “guai” pure la politica già agonizzante?

 

Tlà, più che mai necessario questa volta!


Rincuorato sull’Expo

1 luglio 2011

Sono stato rincuorato sull’Expo. Dopo anni a sentir parlare di case da costruirci dopo, di infrastrutture, di strade, autostrade, cemento, cemento, cemento, espropri, assegnazione dei poteri, suddivisione del budget da gestire, finalmente ho saputo anche cosa sarà l’evento del 2015 a livello tecnologico e digitale.

Ieri al Forum “Le città digitali”, nella sua breve (purtroppo) ma intensa presentazione, Valerio Zingarelli, CTO & CIO di Expo2015, ne ha illustrato una parte dei contenuti. (qui l’intervista collegata all’evento)

Ho compreso, finalmente, quale occasione rappresenti per l’Italia, che avrà l’opportunità di portare nel mondo la nostra tecnologia e la nostra innovazione: la tecnologia legata al prima: prenotazione, l’arrivo all’esposizione, il riconoscimento all’ingresso con la lettura dell’iride dell’occhio; la tecnologia del durante: con i codici rfid, che saranno più avanzati degli attuali, gli schermi per le informazioni in tre dimensioni e che si potranno attraversare come se fossero ologrammi; la realtà aumentata condivisa contemporaneamente tra più visitatori in un percorso che racconterà il cibo dei diversi Paesi partecipanti. Senza dimenticare la gestione dei flussi dei visitatori che si muoveranno in uno spazio comunque dalle dimensioni ridotte e al quale non si potrà arrivare con l’auto privata.

Venti milioni di fruitori in sei mesi, di cui il 30% proveniente dall’estero.
Questo dato mi ha lasciato perplesso, perché vorrebbe dire che un italiano su cinque visiterà l’Expo.

Tutto può essere, ma molto più interessante è il dato Web: la previsione parla di entrare in contatto con oltre un miliardo di persone sparse nel mondo e che potranno condividere contenuti ed esperienze in una specie di Social Network.

Aver sentito affermare che l’Expo 2015 non lascerà in eredità la Tour Eiffel, ma soluzioni, prodotti e servizi che verranno applicati alle nostre città sempre più smart mette di buonumore.

Due considerazioni a lato: la prima è che smart, insieme a green, è oramai l’aggettivo d’obbligo per qualsiasi cosa parli di futuro e che, con una punta di ironia, Cristina Farioli, Direttore Innovazione e Sviluppo Mercati di IBM Italia nel suo intervento ha semplificato in “Oggi se non sei smart non sei cool”; la seconda è che rincuora, ogni tanto, calarsi in contesti che guardano al futuro e non parlano, pensano e agiscono come se la Tour Eiffel fosse ancora da completare e, quindi, poco smart…

Tlà


La campagna corre sulla Rete, ma tutti parlano della TV

22 maggio 2011

Mentre si discute, discute, discute, litiga, litiga , litiga e si grida al complotto, all’occupazione di spazi ecc. in TV, ovvio, è molto più interessante capire come si svolge la campagna elettorale nel Web.

Per esempio, tanto per cambiare, in Rete salta qualsiasi concetto di par condicio e di norme da rispettare, anche perché, più o meno, è uno spazio immenso libero da proprietà onnivore e, soprattutto, poco controllabile.

Mi concentro sulla campagna di Letizia Moratti: dopo aver sentito che i suoi comunicatori l’hanno sbagliata, che ha subìto un Silvio Berlusconi troppo presente, che ha tirato un colpo basso a Giuliano Pisapia alla fine rivelatosi controproducente (direi più che altro falso) e che è apparsa poco moderata (attuale condizione obbligatoria per essere un politico), ho voluto vedere come si muove il Sindaco uscente di Milano.

Su Facebook, per esempio, compare un bannerino che invita al wifi gratis e che ti fa, in realtà, accedere al suo profilo e, volendo, rimanda al sito mirispondi.it. A proposito tra sabato pomeriggio e domenica mattina si sono raddoppiati i “mi piace” e sono quasi a 20mila.

Si scopre che lo staff della Moratti ha predisposto un sito che poi sfrutta Facebook, YouTube, Twitter e Foursquare (con il quale puoi geolocalizzare la candidata nei suoi spostamenti a Milano).

Da sempre sono convinto, contrariamente a molti che la politica la fanno, che con il Web non si vincono le elezioni, ma rappresenti un ottimo mezzo, faticoso e pericoloso sia chiaro, per ottenere reputazione, visibilità e contatto diretto con gli elettori. Questa seconda parte è molto meno digeribile e poco accettata dai sopra citati aspiranti politici, che, talvolta, non ti ascoltano nemmeno quando i consigli glieli passi a titolo gratuito.

Non so se Moratti la spunterà al secondo turno, di certo non lo farà solo ed esclusivamente perché qualcuno twitta in nome suo.

La sua campagna, quella di cui nessuno parla, è, però, sicuramente interessante.

Se mi tolgo le vesti da comunicatore e rimetto quelle polverose, perché poco esercitate del politologo, avanzo un dubbio sul risultato del primo turno e che nessuno, mi pare, abbia evidenziato: sono stati trovati tutti i difetti possibili immaginari, persino le vendette trasversali, ma il dubbio che Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti abbia governato male la sua città, no?

Da fruitore e osservatore del capoluogo della mia regione, per esempio, penso alla nevicata e al sale mancante nei magazzini, alla Darsena, alle metropolitane allagate al primo temporale, alle fermate inaugurate senza posteggi, a Santa Giulia, alla mancata manutenzione delle case popolari, la promessa non mantenuta a Claudio Abbado per gli alberi, all’Ecopass, all’assenza di piste ciclabili, alla tiritera sull’Expo e all’inquinamento: sarà forse per questi motivi che il vento è cambiato, almeno al primo turno?

Tlà


La creatività napoletana

12 aprile 2011

Qualche amis (come si dice amico dalle mie parti) afferma che volutamente mi faccio del male guardando il TG1 di Augusto Minzolini.

Io, ovviamente, non concordo, perché rimane un bel caso da studiare, un ottimo esercizio di equilibrismo linguistico e contenutistico.

Spesso ci torno, lo so, è più forte di me.

Tralasciando la forma e la sostanza dei molti argomenti ascoltati pure oggi nell’edizione delle 13.30, mi è rimasto molto impresso il servizio andato in onda quasi in chiusura.

Argomento: il baratto a Napoli, come segno di creatività.

Partenza dedicata al problema dei rifiuti, citate alcune tonnellate ancora presenti in città, ma inquadrati cassonetti abbastanza normali, se non semivuoti.

Dove risiede la novità? Nel fatto che i napoletani, non volendo aggiungere rifiuti a quelli già presenti si sono inventati il baratto.

Almeno non è una versione 2.0 molto in voga, soprattutto a sproposito.

Allora cosa succede? Ebbene c’è un luogo di quella meravigliosa città nel quale i cittadini si incontrano e scambiano le loro merci.

P.S. Nel servizio una signora ha scambiato una vecchia macchina fotografica per una statua dei Caribinieri.

Strano, mi sarei aspettato bucce di patate in cambio di avanzi di pesce al cartoccio.

 

Tlà


I problemi della gente, i problemi dei giornalisti

8 aprile 2011

I telegiornali riservano sempre grandi sorprese e ottimi spunti di riflessione.

Al TG2 un servizio ha ripercorso gli attuali attriti tra Italia e Francia, prendendo spunto dalla recente vittoria della nazionale azzurra nel rugby e, chiedendosi, come sia possibile un decadimento dei rapporti visto che Sarkozy ha una moglie italiana e Berlusconi parla francese.

Ogni commento ulteriore pare superfluo…

 

Al TG1, invece, nella consueta rubrica “Media” nella quale la testata spulcia gli errori e i problemi altrui, sono stati analizzati i dati in caduta libera della vendita dei giornali locali.

A quanto pare la spiegazione risiederebbe nel fatto che, in particolare il Secolo XIX, ma non solo, esista una perdita di interesse da parte dei lettori in quanto troppo propensi a occuparsi di vicende e scandali nazionali e meno dei problemi della gente nei rispettivi territori.

 

Tralasciando, quindi, motivi irrilevanti quali il calo generalizzato di tutte le testate e dell’avvento delle edizioni digitali, ci è scappato più di un sorriso nel servizio successivo del TG di Minzolini: il caldo improvviso e la vendita di granite e gelati.

 

P.S. pare che il passion fruit vada per la maggiore a scapito dei cioccolati: questo sì è occuparsi dei problemi della gente.

 

E poi si chiedono perché la satira e i comici imperversano…

 

Tlà


Lo sapevi? Io sì, ma tu, invece?

24 marzo 2011

Sguardo ammiccante, leggio, libro e aria un po’ da piazzista elitario.

Sì, parlo del nostro Presidente del Consiglio (non Premier, grazie).

Si tratta della finestrella che si apre nel sito ufficiale del turismo italiano .

In trenta secondi  Silvio Berlusconi snocciola dati, percentuali e meraviglie del nostro Paese.

Molti si sono concentrati sull’opportunità del messaggio, sul significato mediatico dello stesso. Chi si è preoccupato dell’enfasi, chi dei dati sbagliati, come sempre un po’ gonfiati.

Da parte mia, invece, noto una grave mancanza, anzi cinque mancanze: il sito è in sei lingue, oltre all’italiano, infatti, è proposto in inglese, francese, tedesco, spagnolo e cinese. A prescindere che quest’ultimo indirizza a un altro dominio, gli altri sono parti integranti dello stesso portale.

Comunicazione istituzionale di Silvio Berlusconi, fonte italia.it

 

Se davvero era necessario che un Presidente del consiglio, provetto venditore, meraviglioso quel dito puntato e quel “Lo sapevi?” pubblicizzasse il proprio Paese, non era più funzionale, corretto dal punto di vista della fruibilità che questa comunicazione istituzionale fosse, non dico declinata in tutte le lingue, ma almeno sottotitolata?

 

Lo sapevi?

Un potenziale turista straniero entra nel portale, gli si apre la finestrella e parte Berlusconi in italiano.

Non vorrei che pensassero che li stiamo invitando al Bunga Bunga.

Quello è solo per noi.

 

Tlà

 

 


Paduli, cardilli, corvi e merli

7 gennaio 2011

Diversi anni fa ho avuto il piacere e l’onore di entrare in una grande redazione.

Giovane e professionalmente con pochi passi sotto le mie suole.

Tra le diverse cose che ho imparato vi erano quelle solite, ma fondamentali, riguardanti al come muoversi, cosa cercare, come cercare, come scrivere ecc. ecc. Altrettanto fondamentali, però, sono state le dritte e i consigli non scritti, grazie ai quali impari molti segreti.

Tra questi la differenza che passa tra un padulo e un cardillo. Mai avrei immaginato che, nella scala delle “noie”, ci volessero quattro cardilli per fare un padulo. In una sorta di “listino” avevo iniziato comprendere e a dar valore.

Talvolta gli uccelli, però, anziché volare, non diciamo a quale altezza, per i giornalisti atterrano al suolo.

Il 2 gennaio, quindi, nel periodo compreso tra i bagordi ormai andati e l’arrivo dei consigli della dieta, tutti gli organi di informazione si sono occupati della pioggia di volatili in Arkansas.

Siamo sempre attenti a ciò che accade al di là dell’oceano, lo sappiamo bene.

La pioggia è stata talmente strana che, all’inizio, erano corvi.

Ebbene sì erano questi i volatili caduti.

In effetti, pur non conoscendo nulla di ornitologia, mi era parso strano che fossero non solo così piccoli, ma pure con il petto rosso. E così, nel giro di un paio di giorni, il mistero dell’Arkansas ancora non disvelato, ha reso almeno onore ai pennuti: sono dei merli.

Non solo, oggi il TG1 ha dato conto di una moria di tortore nel faentino (cosa che, credo) abbia indotto ad aprire i telegiornali e i quotidiani nell’Arkansas.

I cardilli e i paduli, si sa, seminano il pessimismo.

Tlà


Ma che musica… comunicatore?

20 novembre 2010

Ritengo Ennio Morricone un genio vivente. Se ne avessi la possibilità lo vorrei Senatore a vita.

Ha regalato, a tutti noi, musiche straordinarie e irripetibili. Ha scritto per i più grandi registi.

I film che lo hanno visto nel ruolo di compositore non sarebbero gli stessi senza le sue partiture.

Le sue note le trovo anche la scelta molto facile per qualsiasi comunicazione (infatti sono inflazionate). Prendi una musica di Morricone, tocca il cuore ed entri in sintonia.

Trovo, però, che, ogni tanto, ci vorrebbe il senso della misura e, nella scelta, evitare anche abbinamenti discutibili dal punto di vista comunicativo e che potrebbero rivelarsi anche non dico ridicoli, ma quantomeno comici.

Questo uso eccessivo lo aveva citato anche Nanni Moretti in Caro diario, quando, sbarcando a Panarea, si sentì dire che sarebbe stato allestito un viale di palme con musiche di Morricone “Scion, Scion” dall’aria celebre di Giù la testa.

Tralascio lo spot ENEL che, attraverso il passaggio generazionale utilizza le note di C’era una volta il West. A me, più pale eoliche e vecchi trasformatori, mi rimane impresso lo sguardo di Jill, che giunge in un paese di frontiera con la speranza di cominciare una nuova vita.

Qualche giorno fa, però, ho ascoltato Luca Barbareschi commuoversi nel leggere il manifesto fondativo di Futuro e Libertà in quel di Perugia. Ottima prova da attore consumato, ma mi hanno colpito le note in sottofondo: quelle di C’era una volta in America. Oibò!

Sulle prime, avendolo ascoltato a BLOB, ho pensato a uno scherzo, insomma a un qualcosa di artificioso. Poi, a conferma, è arrivato il videomessaggio di Gianfranco Fini l’altro ieri (http://www.youtube.com/watch?v=GZtwa51zNJ0).

Il Giornale diretto Sallustri lo ha punzecchiato sulla vetustà dell’approccio (Il Cavaliere lo aveva fatto 16 anni fa, in sostanza recitava il messaggio), con meno trucco e senza calza e scenografia più studiata aggiungeremmo noi, insieme a un bel tlà.

Ebbene ho avuto la conferma. Chi ha studiato la comunicazione di FLI ha proprio scelto il tema portante di C’era un volta in America. Sarà che, forse, Morricone fa figo e non impegna, per dirla in maniera poco raffinata, ma bisogna stare attenti. Non tanto perché non è nemmeno una musica che si lega a un contesto italiano, ma, soprattutto, quel film racconta la vita di cinque ragazzi che a new York diventano gangster: traffici illeciti, rapine, commercio di alcolici durante il proibizionismo, sfruttamento della prostituzione, omicidi e lo stupro di Noodles all’eterno amore Deborah, ecc. ecc.

Uno di questi, Max, diventa Senatore che, una volta scoperto il suo ingombrante passato, decide di buttarsi in un autocompattatore.

Credo che la suggestione delle note, così decontestualizzate e associate a un movimento politico che si fregia dei valori quali il ritorno alla legalità e che si trova, in quanto forza di governo, forse sì o forse no, a gestire pure l’emergenza rifiuti, sia leggermente sbagliata o di comicità involontaria.

Pensando non adatta nemmeno quella di Metti una sera a cena, anche perché poteva prestarsi a qualche interpretazione malevola, non vorremmo però che, vista la situazione e la deriva che potrebbe assumere da qui al 14 dicembre, fosse stata più adatta la scelta di Giù la testa, non fosse altro per l’avvertimento molto saggio, seppur non raffinato, di James Coburn a Rod Steiger

Tlà


Ma chi c’è al Governo?

13 maggio 2010

Il luogo è sempre lo stesso, e come non potrebbe essere? Ovviamente il TG1 di Augusto Minzolini, il dispensatore di etica del giornalismo. Cosa è successo oggi?

Pare che su qualche quotidiano sia comparso un elenco corposo di personaggi noti che, loro malgrado, erano inseriti in una lunga lista di Anemone. Non entro nel merito se erano favori, appalti ecc. non sono la Magistratura e non pretendo certo di sostituirmi ad essa: c’è già chi ci prova a farlo.

Il telegiornale, pagato con i soldi dell’abbonamento, piazza la notizia di questa lista come secondo titolo, subito dopo la visita del Pontefice in Portogallo.

Stranamente, però, nell’edizione il servizio passa dopo circa 10 minuti. Ok, scelta editoriale, un po’ come dire, la metto subito nei titoli, ma la inserisco dopo.

Entrando nel merito, però, qualcosa non mi torna. Nel servizio si parla dello scandalo grandi eventi, non specificando che il nocciolo è il famoso G8, quello da standing ovation planetaria.  Lasciamo stare, sarà meno comprensibile, l’informazione non serve mica per capire. Ebbene da questa lista uscirebbero nomi come quelli di Nicola Mancino, mi sembra attualmente vice presidente del CSM ed ex Presidente del Senato e quello di Pupi Avati che, mi risulti essere un grande regista cinematografico.

Boh, mi dico, già mi sono chiesto il perché uno paghi 900 mila euro un appartamento a un Ministro, ma che debba fare un presunto favore a un regista… Nel servizio successivo parola a Berlusconi che promette linea dura con dimissioni e uscite dal Governo e dal partito per quelli che, inseriti in quella lista, dovessero risultare colpevoli.

Tralascio i vari Lodi ecc. che ritarderebbero il giudizio, perché sarebbe troppo polemico, e mi concentro su un passaggio: se nel servizio precedente si dice che esiste una lunga lista e si parla di due che non sono né iscritti al PDL né sono Ministri, perché il presidente del Consiglio (non Premier perché l’Italia non è un Premierato), parla di esponenti del partito o di Governo?

Non è che Pupi Avati sia diventato Ministro? Non dico che non potrebbe esserlo in maniera efficace ai Beni culturali, però mi risulta che ci sia ancora Bondi… Avati, magari a Cannes ci sarebbe andato. Non foss’altro per la Croisette che merita sempre.

Tlà


Il groppo e le due scimmiette

4 aprile 2010

Sarà perché è stata una Pasqua piovosa dalle mie parti e a me la pioggia intristisce.

Meglio la nebbia, pericolosa, ma di sicuro fascino e mistero. Ma oggi l’allegria latita.

Sono anche giorni di scarse notizie, per cui occorre riempire i TG di “pezzi” di costume.

Sono rimasto, però, profondamente colpito da un servizio del TG3 andato in onda questa sera.

In una giornata di chiacchiericcio, di dispute interne, di carriole questa volta senza macerie, ma con le uova, quindi più gradite, ho assistito a un servizio su una mensa per poveri.

I poveri, già, gli invisibili, gli esclusi. Si parla di piccola e media borghesia caduta in disgrazia. L’occhio si focalizza su un uomo di grande signorilità. Scopro che ha sessantadue anni.

La voce pacata racconta una storia già sentita: perdita del lavoro, separazione (non necessariamente in questo ordine), caduta nell’indigenza.

“Ero un capo contabile, poi l’ultimo stipendio”. “Sono capace di fare tutti i lavori domestici, mi adatto a qualsiasi lavoro”. Non cambia tono, forse per rassegnazione, nemmeno quando afferma: “Quanti colloqui, o troppo qualificato o troppo vecchio”. L’unica cosa che si percepisce è l’orgoglio di essere uno che avrebbe tanto da poter dare.

Accidenti, penso, una storia che non mi è nuova e che ho sentito ripetere più volte pure a età molto inferiori.

La voce si fa più insicura quando dice: “Mia moglie mi ha invitato a pranzo. Le ho detto che avevo un altro impegno”. Il groppo alla sua gola, perché in quelle due frasi c’era la vergogna misto al pudore a cui si è aggiunta una grande dignità, l’ho fatto anche mio. Mi sono commosso, per una storia che sembra unica e che, invece, non lo è. Quel servizio sarà tacciato di essere portatore di odio, di pessimismo e di raccontare solo il male nel nostro Paese. Io non la penso così. E in giorni nei quali gli italiani in vacanza sono 5 milioni venerdì per il Tg2 e 10 sabato per il TG1, compatrioti ai quali non si lesina neppure il consiglio di come cuocere la salamella, ho scoperto la notiziabilità da sommario della vicenda dei coniglietti che spariscono al Central Park di New York. Grazie, quindi, a chi mi ha dato l’opportunità di ascoltare non quella, ma anche quella vicenda.

Se la si smettesse di fare il gioco delle due scimmiette, sì due, non è un errore, perché c’è la scimmietta che parla soltanto, mentre le altre due esercitano la funzione di non vedere e non sentire, forse saremmo un Paese migliore.

Il problema non è che la vicenda del signore che ha perso tutto rappresenti tutta l’Italia, ma che ne rappresenti, invece, una fetta che diventa ogni giorno più grande. Ma se una scimmietta non ha nessuna intenzione di smettere di parlare le altre due continuano a non vedere e a non sentire.

Figuriamoci agire.

Tlà


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